Pork pie hat – Lester Young

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Sassofonista, o meglio tenorsassofonista, il migliore secondo Billie Holiday che lo chiamava prez, presidente per riconoscergli appunto una levatura, uno status di maggiore rispetto al resto del mondo.
Un jazz sereno e pacifico, dall’inizio degli anni 30 fino alla morte, prematura, “in stile jazz” come molti altri geniali musicisti del genere.

Con l’andare del tempo, con la fama crescente, qualche contratto accettato e qualche altro rifiutato per orgoglio, come nel 1934 quando Fletcher Henderson cercò di assumerlo contro il parere della propria orchestra, Young si autodeterminò come originale e forse inarrivabile.

Vestiva in modo stravagante, con un cappello particolare ed un lunghissimo cappotto, si dice andasse in giro raccontando di avere poteri sovrannaturali, usava spesso una posa particolare suonando, tenendo il sax in diagonale, quasi orizzontale.
Proprio quel cappello diede il via all’utilizzo di un ulteriore soprannome, porkpie hat appunto per via del modello del cappello che ricorda la forma di una torta di salata, tipica del mondo anglosassone.

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To travel

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Rifugiamoci in India, in certi ashram, discutiamo di religione con la gente che incontreremo al tempio, facciamoci spiegare come funziona la posta dei piccioni di New Delhi , impelaghiamoci in complesse discussioni al tempo Giainista in quei giorni quando non vorrebbero che tu entrassi con me per via del ciclo mestruale.
Prendiamoci tempo per parlare con i monaci seduti fuori dalle mura della vecchia capitale Thailandese di Ayuttaya, rifiatiamo mangiando un panino sotto l’albero che integra da chissà quanti anni la testa di pietra di un Buddha.

Avrai gli occhi grandi quando allontanandoti dalle strutture in pietra del tempio nella natura di Angkor Wat in Cambogia scoprirai essere invece un Buddha sdraiato, dormiente, molto simile a quello del palazzo reale di Bangkok sotto i cui piedi riderai forte come una bambina, senza motivo.

Buoni propositi per il nuovo anno

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Una top five, sgangherata, ovvia, di buoni propositi per il 2023.

Tu pensa che li avevo appuntati nel 2021 e quindi erano 2022 ma appunto come ogni buon proposito è rimasto calcificato, sommerso: eppure erano semplici, da uomo della strada.
Miravo in basso, non sono andato a segno, non è  proprio partito il colpo.

 

  1. Imparare a fare i biscotti
  2. Capire funziona il balsamo, come usarlo e riuscirci per quel che posso con i miei pochi capelli.
  3. Non confondermi fra martedì e giovedì, detti in inglese
  4. Studiare gli effetti dell’abuso di orzo solubile
  5. Imparare a lavorare un po il legno. Non fosse altro che per l’odore
  6. Capire il cricket (come sesto proposito delle top five, come riserva)

Avrei un ulteriore proposito ma è complesso: scrivere un compendio circa la qualità del prosciutto cotto.

Se vai al mare chiamami

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gloucester beach - Hopper

 

Così arrivava l’estate e con lei la noia vera dei giorni lontani da scuola, lontani dalla bellissima e vitale routine.

Oggi capisco mio padre.

Mi svegliava presto per partire ed io dalla sera prima ero un misto fra eccitato e rassegnato. Fare qualcosa con mio padre mi risvegliava dal torpore di quei giorni di niente, dalla canicola dell’estate avanzata e Roma svuotata, dal cortile disabitato dalle grida degli altri bambini. Così con gli occhi a fessura salivo in macchina e parlavo poco fra sonno e certezza che mio padre avrebbe voluto parlare poco. Mare verso nord, Fregene, Ladispoli, per abitudine di mille anni prima, di mio padre da giovane.

Per me il mare faceva il paio con una ciambella fritta, bella grossa quando ancora il bar era vuoto, il mare tranquillo, la spiaggia deserta. Parcheggiavamo lontano perché mio padre s’era già sforzato a portarmi lì, a fare km, a non dormire e cercar posto vicino al mare, girare, rigirare, no, non era il caso. Mi ricordo gli aghi di pino che pungevano dentro le ciabattine già indossate con vergogna da casa, il tragitto sui marciapiedi dal posteggio in strada fino al bar per la ciambella; poi in spiaggia col fastidio della sabbia fra le dita. Continua a leggere….

“Ma piove piove”

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Foto da
https://venti-trenta.it

Piove, è bellissimo e delicato come l’odore delle bambine che al mattino saltano sul letto con i loro gridolini e sorrisi intimiditi. Spero sempre riconoscano il mio odore come io riconoscevo quello di mio padre, lo stesso odore che sentivo dalla sua camicia a maniche corte appesa all’ingresso. La luce della lampada sulla scrivania inquadra un disordine di progetti spezzati, altri messi in pausa, una valanga di carta da leggere e scrivere. Mentre picchio sui tasti penso all’autunno in Finlandia, alla pace di quei posti al silenzio, alla estrema vivibilità che qui, invece, pare non esistere più. Siamo accerchiati da stronzi saccenti così che ogni mattina sia faticoso uscire di casa; siamo avvelenati dal complesso di superiorità mescolato al rifiuto per il lavoro vero. Continua a leggere….

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