Set 27
MassimoMusica, libri, foto, film, Racconti aneddoti jazz, Chopin, Clark Terry, duke ellington, jazz, John Coltrane, massimo soldini, miles davis, osteogenesi, osteogenesi imperfetta, pére lachaise, pretrucciani

E’ notte anche se in realtà questo non sarebbe dovuto essere un pezzo qui ma un discorso in una serata, qualcosa da integrare con pause per fumo, pezzi da ascoltare e video significativi.
Il jazz è come la birra. La prima volta che la assaggi ti chiedi come faccia la gente a berne. Più avanti non riuscirai a farne a meno. Qualcuno invece in maniera molto più colorita, forse troppo, anni fa, aveva detto che il jazz è come un peto, un rutto: piace, fa sorridere, solo chi lo fa.
Il jazz è come un colore e non è possibile scriverne tanto più che spesso ci si rifugia dietro ad una canzone che possa identificarlo seppure espressione di una sola delle correnti di questa musica.
Michel Petrucciani è jazz però, questo posso dirlo con certezza: jazz, come parola viene da jam session la cui contrazione pronunciata dai neri americani dava luogo ad un suono simile all’odierna parola, e lui dell’improvvisazione ha fatto il suo marchio di fabbrica.
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Ago 09
MassimoInfinito, Racconti capo horn, capo nord, crescere, il milione, infinito, leonardo, marco polo, massimo soldini, mongolia, vespa

Sono cresciuto veloce come il mais di Melfi, alto e bello, dice mia madre, ma pure un po storto, vi dico io.
Così ogni mattina passando veloci con l’auto per la contrada di Melfi mi godo le piante di mais e mi piace vedere che da un giorno all’altro crescono fino a coprire la visuale, che si può percepire il cambiamento, che dev’essere meraviglioso, per chi quelle piante le ha seminate, vedere il progresso così veloce, ogni mattina.
Panciuti uomini, incanutiti il più delle volte, dal bordo della strada guardano infatti compiaciuti verso la loro piantagione: lance d’acqua innaffiano a centinaia di metri e tutto mi scorre veloce come se avessi premuto ffwd da qualche parte. I colori si striano lungo i finestrini dell’auto, guardando di lato, così che se faccio resistenza al cambiamento cercando di guardare di lato oltre a schiantarmi perché non vedo la strada perdo anche il gusto di quello che invece avrei voluto continuare a guardare: il mais che cresce veloce e che un po’ sa della metafora della mia vita che sono cresciuto veloce per natura e per scelta. Continua a leggere….
Ago 03
MassimoLoretta, Racconti Attese, massimo soldini, saluti, scena perfetta, stazione, temporale estivo

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Poi il cielo s’era rotto col fragore d’un tuono che se non fosse stato venerdì pomeriggio avrebbe fatto di certo un rumore diverso.
Il cielo aveva colato giù tutta la frustrazione che il vento lento e caldo gli aveva portato nei giorni prima.
Roma gli era sembrata disperata, svuotata, e s’era rifugiato sotto le tettoie fra i binari della stazione che poi lo si sapeva già, non riparavano un cazzo e la pioggia tiepida continuava a pizzicarlo sul viso come fosse fatta di spilli.
Il tabellone se ne stava li a decidere il destino di ognuno senza capire che quelle cifre per le persone avrebbero significato molto più che per lui che comunque va compreso perché non si riposa mai.
Ma voi ci avete mai fatto caso alle traiettorie che percorre la gente in trascinando la valigia? Certe volte aveva creduto che facessero quei giri tutti storti tanto per farsi vedere da lui, tanto per trasmettergli l’ansia del treno che parte e di loro affannati che con un filo di voce e scarsissima logica mormorano qualcosa tipo “aspettate”.
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Giu 12
MassimoRacconti balle di fieno, binario, dicotomia, massimo soldini, stagione pallacanestro, vespa

Poi mi ricordo il fresco della mattina d’estate, quando mi svegliavo presto e mi godevo il silenzio della campagna mentre in casa c’era solo nonna e la scuola era finita.
Così ancora intontito dal sonno, appena sveglio fra noia e nessun motivo, seduto all’ombra del patio, mi stupivo di quel fresco impensabile considerato il caldo del giorno pieno.
Mi lasciavo cacciar via dal sole e rientravo per colazione: Roma era già lontana e spendevo le serate fra tv e radio, pensando a quale lavoro avrei potuto fare per pagarmi la moto, qualche viaggio. Ero convinto sarei rimasto solo e che non sarei stato nemmeno triste. Non felice, ma nemmeno triste.
Semplicemente rientravo in cucina e parlavo un po’ con nonna fissa davanti alla tv con quella sua vestaglia a fiori che portava così spesso che ormai non so nemmeno più se avesse o meno altri vestiti.
Stamattina ho risentito quel fresco, esattamente quello, mentre ero al binario 3, mentre con gli occhi appiccicati mi nascondevo dal sole dietro una colonna del sottopassaggio. I papaveri dei binari sono già andati via, non è più il loro periodo: ogni anno è come se venissero in ferie un paio di settimane, come se la linea dei binari fosse il loro lungomare e loro i tedeschi anni 80 della riviera romagnola.
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Mag 15
MassimoLoretta, Racconti avere fame, fame, massimo soldini

C’ho fame, sempre, come un italiano del dopoguerra, come un bimbetto in piena notte.
C’ho fame come un paese dell’Africa, notte e giorno, come una scarpa aperta davanti dai tanti chilometri: sto sempre a bocca aperta.
C’ho fame ma resisto, almeno un po’, anzi no, mi ingolosisco, tutto qui, che poi è peggio perché aumenta la fame.
Ecco io c’ho fame e mi mettono fame gli odori e non solo i sapori, mi mettono fame i ricordi e le situazioni.
C’ho fame come un uccello che aspetta la madre dentro al nido.
C’ho fame e la pastasciutta adesso non c’entra niente: mi metti fame tu, dritta in piedi davanti a me, soprattutto la mattina se è più tardi… oppure a notte fonda: ti guardo e mi viene in mente d’affrontarti di petto come fossi un nemico, mi viene in mente d’arrivarti sotto, vicino vicino ma senza alzare la voce, per baciarti, di fame.
C’ho fame di baci infatti: mi metti fame tu mentre dritta in piedi davanti a me ti rivesti inconsapevole del buco che sento allo stomaco. Allora mi avvicino ti divoro la bocca.
Che sapore hanno i baci affamati, quante calorie?
Se ingrassano non mi interessa: io c’ho fame, te l’ho detto.
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